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Entries in Consumismo (38)

martedì
lug052016

I Love Shopping: piacere o compulsione?

di Tina Benaglio

Le nuove dipendenze 

E la rete 

nella quale ci imprigionano

Introduzione:

Il 27 febbraio 2009 esce in Italia un film di Hogan, I Love Shopping. Il film, uscito poco tempo prima in America con il titolo Confessions of a Shopaholic, è ispirato al romanzo I Love Shopping di Sophie Kinsella. Protagonista del film è Becky, una ragazza ossessionata dallo shopping. Il suo sogno è quello di scrivere per la rivista di moda “Alette”, invece finisce a lavorare per la rivista economica “Far fortuna risparmiando”. Nella sua rubrica consiglia risparmio e investimenti sicuri ai lettori, ma Becky non è assolutamente in grado di tenere sotto controllo le proprie finanze, e il suo conto è perennemente in rosso a causa della sua irrefrenabile passione per lo shopping. Ogni uscita rappresenta per lei un'occasione per acquistare vestiti, borse, scarpe o cosmetici di cui non può fare assolutamente a meno. Nella sua vita arriva l'amore (il suo capo-redattore), ma arrivano anche gli estratti conto delle carte di credito che non riesce mai a pagare, e per i quali inventa costantemente delle scuse. E così si trova coinvolta in una serie di disavventure economiche e sentimentali, in gran parte create dalla sua ossessione per gli acquisti.
Anche coloro che non l'hanno visto, possono facilmente intuire che la trama del film è piuttosto banale, e l’intreccio anche: è la più classica delle commedie romantiche, e la storia è raccontata come si raccontano i cartoni animati. Ciò non toglie che I Love Shopping abbia un umorismo intelligente e contagioso. 

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martedì
set092014

Gli invidiabili 70 anni di Reinhold Messner  

Poco prima del suo settantesimo compleanno, che cadrà il 17 prossimo, e poco dopo la pubblicazione del suo nuovo libro intitolato “La vita secondo me”, Reinhold Messner è tornato a parlare del suo modo di intendere l’alpinismo. Affermando, con comprensibile rammarico, che quella concezione «tradizionale» è ormai appannaggio di un numero sempre più limitato di scalatori, mentre purtroppo si sono andate affermando, fino a dilagare, delle visioni e delle pratiche molto diverse: da un lato quelle in chiave sportiva, che pur essendo tecnicamente ragguardevole è comunque più imperniata sulla performance esterna anziché sul rapporto interiore con la montagna, e dall’altro quelle di matrice turistica, che pretende di semplificare/commercializzare l’accesso alle vette e che, come nel caso dell’Everest, riduce a una sorta di shopping a risultato pressoché garantito ciò che invece dovrebbe essere e restare una grandiosa sfida coi propri limiti personali.

Tuttavia, queste sgradevoli osservazioni sul mondo odierno non compromettono la soddisfazione per la propria vita individuale, che del resto si è plasmata, nei suoi tratti costituitivi, quando certi valori non erano stati ancora sommersi dalla “cultura” del cash & carry. Dice Messner: «Mi considero molto fortunato: sono nato dopo la guerra, in un periodo povero, ma un periodo ricco di speranze. Oggi un giovane ha davanti un mondo chiuso e sovraffollato». E nonostante gli straordinari successi conseguiti via via, tra cui l’essere giunto in cima all’Everest senza avvalersi delle bombole di ossigeno, la sua conclusione è esemplare: «Non è importante essere ricordati, ma aver avuto una vita limpida».

(fz)

giovedì
set042014

iPhone 6 pronto per la sesta generazione di imbecilli

È in uscita la sesta generazione di iPhone. L'iPhone 6 della Apple sarà presentato il prossimo 9 settembre. C'è gente già in fila per comprarlo, letteralmente. Fuori dall'Apple Store della 5th Avenue di New York c'è già qualcuno che si è accampato, con sedie, ombrelloni, tende e generi di conforto, per aspettare l'apertura del negozio il giorno successivo al lancio mondiale onde poter essere uno dei primi in assoluto ad acquistarlo.

Come già accaduto diversi anni addietro per l'uscita del primo iPhone e ogni volta, poi, in cui veniva rilasciata una ulteriore e nuova versione, la scena si ripete, sempre uguale a se stessa.

Ora è la volta dunque della sesta generazione di idioti che si mette in fila per acquistare un telefono che sostanzialmente non funziona come un telefono mobile si suppone dovrebbe funzionare. Uno su tutti, il problema della durata della batteria dell'iPhone, che non va oltre le 8 ore, e che dunque non consente nemmeno di poter avere l'autonomia necessaria - appunto - in un giorno completo di mobilità. Basta chiedere a chi con il telefono cellulare lavora sul serio in mobilità per sincerarsi di tale macroscopico limite. Per un oggetto che costa non meno di 800 dollari (o "a partire da 732 euro” in Italia).

L'intuizione di Steve Jobs in merito al fascino di un oggetto costosissimo inutile al suo scopo, eppure in grado di obnubilare le menti di milioni di persone sino a indebitarsi pur di poterlo sfoggiare (usare sarebbe aspettarsi troppo) continua a mietere vittime. 

La seduzione e la persuasione di un modello di sviluppo, quello basato sul consumo, che ha già ampiamente dimostrato tutti i suoi effetti collaterali sulla società continua in ogni caso a vincere a ogni latitudine e longitudine, e proprio sulle menti di chi questo sistema dovrebbe fare a pezzi.

Poveracci in fila per portare linfa a un organismo che si dovrebbe abbattere sono l'esempio eloquente della distanza che ci separa dalla rivoluzione sociale che pure, in tanti altri, attendono. Inutile farsi illusioni. 

(vlm)

giovedì
feb132014

Rifiuti elettronici: il viaggio della vergogna

lunedì
dic302013

Lo stato delle cose, in Cina e qui da noi

venerdì
nov222013

Ricominciare l’inizio

giovedì
nov072013

Orti collettivi: sono maturi i tempi?

A quanto pare, non proprio. O almeno non per tanta gente quanta si suppone ne avrebbe bisogno. Eppure le premesse ci sarebbero tutte. Di più: ci sono i fatti, tangibili, concreti, terreni. E dietro a questi fatti c’è una persona di indubbia fiducia.

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla prima cosa, la più importante: se siete liguri, e ancora meglio delle parti di Taggia, non perdete un altro solo secondo e contattate il Laboratorio Cittadino attraverso una delle persone che lo sta promuovendo senza sosta da mesi e mesi con atti concreti come, appunto, quello di un orto collettivo. Davide Gaglione (i contatti sono in fondo a questo testo): i nostri lettori lo conoscono da tempo per la lunga presenza attiva sul giornale, in radio e, come abbiamo visto in tante circostanze, sul territorio.

Allora ribadiamo: Davide e Laboratorio Cittadino sono riusciti a farsi assegnare, cioè a farsi dare in concessione, un terreno incolto al confine tra il comune di Taggia e quello di Sanremo, in zona Poggio. 5000 metri quadrati tipicamente liguri, cioè strutturati interamente a fasce: si tratta di quei terrazzamenti fatti con l’ausilio dei muretti a secco che si vedono anche mentre si percorre l’autostrada della riviera.

Ecco, si deve solo coltivarli, adesso, quei terreni. E servono braccia e volontà.

Ancora di più: serve necessariamente una visione generale almeno orientata verso il principio che ha mosso tutta l’iniziativa. 

 

Ci racconta Davide che insieme ad altre persone, e a spese proprie, il terreno è stato già sistemato, ovvero sono stati ripristinati e messi in ordine i muretti a secco che permettono i terrazzamenti. È tutto pronto, ed è in parte già attivato.

Il problema, adesso, è trovare altri che vogliano condividere questa esperienza. E qui, a quanto pare, sono incredibilmente sorti i problemi. La difficoltà maggiore riscontrata nei primi incontri con alcune persone interessate risiederebbe proprio nel riuscire a concepire e a fare proprio il principio cardine con il quale è stata varata questa iniziativa. La coltivazione di questi terreni deve essere necessariamente collettiva, perché l’intento è quello di creare una “rete”, o meglio, una “comunità” di persone che da una parte necessitano di un aiuto per il sostentamento diretto del proprio nucleo familiare, visto che la terra rende, e rende a costo economico quasi zero, dall’altro lato per partecipare a una esperienza che è anni luce lontana dalle storture economiche e sociali della nostra società. Cioè, in sintesi, da ciò che ci ha condotto alla situazione attuale.

Ebbene, a questa visione, almeno per il momento, sembrano interessate solo poche persone. Molte sarebbero disposte a farsi assegnare a loro volta, e in modo esclusivo, dei pezzi di questo terreno, ma poche, viceversa, sono pronte a lasciarsi coinvolgere in una cosa collettiva. È triste, ma è così.

Beninteso, che vi sia una sorta di resistenza nei confronti di una iniziativa del genere, quando da decenni e decenni si vive invece in un mondo che fa di tutto per non aggregare le persone, e che educa e abitua i propri abitanti a essere messi uno contro l’altro, è cosa che ci si poteva aspettare. Ma non si può non provare una certa tristezza nel vedere questa incapacità di discernere e di capire che questa è senza dubbio un’occasione preziosa, nella quale buttarsi con braccia e cuore. Un’incapacità che denota purtroppo una realtà incontrovertibile: alcune nostre capacità e sensibilità sono quasi atrofizzate.

Vale la pena sforzarsi, e riscoprire ciò che può offrire un’esperienza del genere.

 

I presupposti per aprirsi a un nuovo modo di vivere e di condividere ci sono tutti: il contatto con la terra, il piacere di veder crescere prodotti dell’orto piantati e curati con le proprie mani, lontano da qualsiasi legame con il circolo vizioso lavora-consuma-crepa del nostro mondo degradato; e poi utilizzarli, questi prodotti portati in tavola a chilometri zero e dalla sicura provenienza, e in senso lato riscoprire che sì, è possibile, circondarsi di persone che condividono in modo sano una medesima volontà, senza alcuno scopo di lucro.

Per prendere parte al progetto non sono necessari particolari requisiti, anzi ce n’è praticamente solo uno: la voglia di condividere un’esperienza del genere, applicandosi con entusiasmo per scoprire un nuovo stile di vita. Chi è senza lavoro, soprattutto, si muova.

Ovviamente - ma c’è davvero bisogno di dirlo? - non si richiede nessun esborso. L’orto collettivo “non costa nulla”, se non il tempo (e il piacere) di dedicarvisi.

Tutto è in evoluzione. Tutto è da scrivere. La base di partenza c’è, cosa aspettate?

Entrate in contatto immediatamente con Laboratorio Cittadino, qui, e direttamente con Davide Gaglione, a questo indirizzo e-mail: davidegaglione @ laboratoriocittadino.it

 

martedì
ott012013

Ludopatia: cresce bene, nella società del Dio Quattrino

In Italia oggi si stima che gli scommettitori nelle varie categorie di giochi siano più di 35 milioni, e che nel 2008 gli italiani abbiano speso, nel mercato dei giochi, 47,5 miliardi di euro, ai quali va aggiunto il denaro speso nel gioco clandestino. E uno dei settori trainanti è quello delle NewSlot, che da sole fanno registrare la metà degli introiti. Il nuovo fenomeno del gioco on-line riscuote oggi grande successo, ed è prevista, per il settore, una crescita esponenziale.

Ma perché si gioca d’azzardo? Rispondere a questa domanda non è facile. Certamente si tratta di una forma di intrattenimento antichissima: ritrovamenti di manoscritti testimoniano la presenza di scommesse nel gioco dei dadi già al tempo della civiltà egizia. A quanto si può constatare, connaturata al gioco d'azzardo vi è anche la propensione a barare, confermata come è dal ritrovamento di dadi con un lato appesantito. Inoltre, che il gioco dei dadi sia il più antico gioco d’azzardo viene suggerito dal significato dalla stessa parola “azzardo”, la quale deriva dal francese hasard, che a sua volta deriva dall’arabo az-zahr che significa, appunto, dado.

Precedenti storici a parte, sappiamo quanto il gioco sia importante per i bambini come per gli adulti. Sul piano psicologico assume un ruolo sostanziale nel processo di sviluppo della mente e della personalità. Inoltre, risponde all’umano bisogno di socializzare. Socializzazione che viene garantita dalle regole, le quali servono appunto ad evitare i conflitti che portano al “farsi guerra”: la certezza di uno svolgimento corretto salvaguarda tutti quelli che vi partecipano, e alimenta il piacere della contesa. Il gioco è anche un elemento essenziale per la nascita della cultura. La sua tipica rappresentazione simbolica, infatti, si incarna nelle forme dell’arte. Il gioco, infine, aiuta l’uomo a non stare legato unicamente al “bisogno” e alla fatica del vivere, aiuta a farci amare le cose per il solo fatto che sono belle. Al gioco, quindi, è legata la “leggerezza dell’essere”.

Non possiamo ignorare, inoltre, che una delle caratteristiche fondamentali del gioco è l’aspetto divertente, gratificante. Tanto che in certi giochi perfino le emozioni di tensione, paura, brivido, sono fonte di gratificazione.

Tuttavia, poiché è del gioco d’azzardo che stiamo parlando, occorre notare che in esso il ruolo determinante non è l’abilità dei giocatori, ma è l’Alea. Infatti, ciò che rende possibile la scommessa è proprio la sua componente di aleatorietà: l’incertezza dell’esito. Un esito che potrebbe essere a proprio favore (vincita) oppure a svantaggio (perdita). Di modo che, nell’azzardo, una meno percettibile ma ben più profonda motivazione a giocare è il desiderio di dominare il fato, di trovare cioè il modo per volgere a proprio favore il destino personale. Che è quanto dire che i giochi basati sull’Alea mirano a procurare l’illusione di controllare l’incontrollabile. Sono giochi, cioè, che comportano il fascino del “pensiero magico” nel tentativo di soddisfare bisogni di controllo onnipotente.

Ma quali sono i motivi per cui il gioco, da azione addirittura indispensabile e fonte di tante utili gratificazioni, si trasforma in una ripetizione patologica? Per rispondere correttamente dobbiamo capire come si configurano i processi di percezione ed elaborazione delle sensazioni di piacere: essi, infatti, sono mediati da complessi sistemi neuronali e neuro-trasmettitoriali. Le risposte gratificanti, insomma, forniscono un rinforzo ai circuiti neuronali coinvolti, dando loro maggiore forza e precedenza su altre attività percettive. Cosicché il meccanismo fisiologico della memoria e della motivazione ci spingerà ad agire e a ripetere i comportamenti risultati “utili”. La ripetizione durerà fino a quando un meccanismo inibitorio (sazietà o appagamento) non frena tale ripetizione, arrestandola.

Si ipotizza che in alcune persone il meccanismo di blocco della ripetizione non funzioni adeguatamente e che, pertanto, il comportamento si possa reiterare all’infinito fino a trasformarsi in un “loop” inarrestabile. L’alterazione di questo elaborato meccanismo è dovuto a complessi disturbi neuro-trasmettitoriali, ad aspetti genetici, ma anche ad altri fattori psicologici, sociali e relazionali. Quindi, la causa della dipendenza patologica è appunto la risultanza di fattori predisponenti biologici, psicologici, e sociali che, in presenza di uno stimolo scatenante, danno origine alla patologia compulsiva conclamata: uno solo di questi fattori, infatti, non è in grado di precipitarla.

 

La motivazione al gioco d’azzardo, oggi, è fortemente collegata al contesto socio-culturale in cui siamo inseriti.

A dominare la scena del mondo è il “dio danaro”, un “dio” che si è così ben radicato nelle menti dei popoli, da essere ormai considerato l’incontrovertibile destino della vita dell’uomo sulla terra. E questo comporta, da una parte, come si trovi oggi “naturale” che la dimensione economica sia quella che guida ogni altra dimensione (etica, morale, culturale, politica, ecc.) e, dall’altra, che il messaggio che ogni persona riceve costantemente in una società siffatta è: vali solo se hai, e non importa come l’hai ottenuto. Possiamo perciò ipotizzare che una delle motivazioni più rilevanti per cui le persone giocano d’azzardo sia da ricercarsi, come ha scritto Roger Vaillois nel 1967, nel «fascino di guadagnare tutto in una volta, senza fatica, in un attimo». Con la segreta speranza che basti un colpo di magia per piegare il corso dell’intera esistenza.

Se è vero, come dicevamo sopra, che un’unica causa non è sufficiente a scatenare una dipendenza da gioco, altrettanto vero è che il nostro attuale contesto socio-culturale è terreno quanto mai fecondo per il moltiplicarsi delle patologie da gioco. E quando la malattia compare, si manifesta con le caratteristiche tipiche di tutte le dipendenze: assuefazione, perdita del controllo, sindrome di astinenza, bisogno compulsivo di giocare. In presenza di queste manifestazioni il gioco non esiste più, venendo infatti a mancare le premesse indispensabili perché quell’attività sia un gioco.

Così, il vero senso del gioco (cioè la possibilità di costruire e scoprire se stessi attraverso lo sperimentare contemporaneamente libertà, creatività e apprendimento di regole) viene completamente ribaltato, e il gioco, che è fatto per essere un momento di gioia, diventa invece una “gabbia ” di schiavitù, di ossessione e di ripetitività, in grado di devastare la vita personale. Sia di chi sprofonda nella patologia, sia delle persone che gli stanno accanto.

Tina Benaglio

 

 

Contenuto nella Raccolta settimanale del 05/10/2013
I non abbonati possono acquistarla qui sotto

Ribelle 5 Ottobre 2013
€2.50

martedì
set242013

“Viva ME”. E la società implode

venerdì
mag312013

Sveglia, deboli: e diventate un po’ più forti

mercoledì
mag292013

Ma guarda come svolazza, l’elettore-consumatore

Ebbene sì: è accaduto. A forza di marketing vero e proprio, e di innumerevoli altre manipolazioni e cattivi/pessimi esempi in ogni ambito pubblico e mediatico, moltissime persone hanno acquisito, probabilmente in forma cronica, i tipici vizi del consumatore. Mica solo in ambito commerciale, cosa che già sarebbe grave e meritevole di una robusta psicoterapia, ma a tutto campo. E quindi, giocoforza, anche in quello politico.

Non che finora i segnali di istupidimento mancassero – vedi il perdurante successo della figura del Bravo Nonno del Quirinale, che da Pertini in poi è uno dei personaggi più popolari del reality show “Grande Italia Nostra“, o più confidenzialmente “Italia Perepé Perepé” – ma nelle Comunali di domenica scorsa se n’è avuta la più limpida delle dimostrazioni. Tanti di quelli che il 24-25 febbraio avevano votato il MoVimento 5 Stelle hanno fatto marcia indietro, votando qualcun altro o non votando proprio. Poveri cari: avventati prima e affrettati dopo. Sembra che siano rimasti delusi da ciò che è avvenuto nel frattempo. SuperBeppe non ha compiuto il miracolo tanto atteso e nel giro di due mesi, di ben due mesi, non è riuscito a risanare il Paese. E nemmeno il Parlamento.

Perciò, con la logica adamantina del suddetto consumatore, sempre pronto a cambiare prodotto se quello acquistato non lo soddisfa, buona parte dell’elettorato gliel’ha fatta pagare. ‘Fanculo pure Grillo. Il suo potentissimo Sturacessi non ha funzionato all’istante, come era nelle aspettative, e quindi vuol dire che non funziona affatto. Tanto vale tenersi il cesso intasato. E attendere, semmai, che qualcun altro proponga un ritrovato alternativo. Pronto per l’uso, si intende. E a buon mercato, si capisce.

È questa, la vera antipolitica. È l’idea (la pretesa) che il proprio contributo di cittadini alle decisioni collettive si esaurisca nello scegliere all’interno di un catalogo predisposto da altri. I partiti come aziende, o peggio ancora come marchio-brand-griffe, e i relativi programmi elettorali come depliant. A me mi piace quello patinato di Berlusconi. A me no: meglio quello solidale del Pd. Manco per sogno: meglio guardare altrove. Al “camerata” Storace. Al “compagno” Vendola. Alla giovane, e combattiva, Giorgia Meloni. A questi nuovi bravi ragazzi del M5S, che chissà chi saranno ma comunque evviva perché sono appunto nuovi, e giovani, e comenoi.

Le conseguenze sono quelle che vediamo. Lasciando da parte gli opportunisti, parecchi, che votano per specifici motivi di interesse, con la disinvoltura delle puttane di professione che lo trovano del tutto consueto e del tutto logico, ce ne sono innumerevoli altri che semplicemente, ma colpevolmente, non sanno quello che stanno facendo. Non hanno afferrato i termini della questione. Non hanno capito che in una vera democrazia la politica è un impegno oneroso e assiduo, che va molto al di là della messinscena occasionale del voto.

La tessera elettorale non è una carta prepagata che serve a fare acquisti una tantum, abboccando alle offerte speciali del momento. Il Parlamento non è una fiction televisiva che se ti va la segui e se non ti va no. Il Pd, o il PdL, non sono merci sullo scaffale, che se non le compri verranno spontaneamente sostituite dai relativi produttori con qualcosa di migliore.

Dovrebbe essere chiaro, dopo 65 anni di elezioni, e di disastri, a getto continuo: quello dei partiti è un tipico oligopolio che si basa su una rendita di posizione. Che a sua volta poggia sullo stramaledetto, e sempre più stringente, modello economico liberista. Una rendita di posizione come quella del settore dei carburanti. La questione non è scegliere tra Esso e Shell, o tra Q8 e IP. O tra benzina e diesel.

La questione è liberarci dei motori inquinanti. E magari, già che ci siamo, riflettere innanzitutto su dove vogliamo andare, anziché sugli automezzi coi quali andarci.

Il consumatore intelligente è quasi un ossimoro. Se fosse davvero intelligente smetterebbe di pensare-sentire-scegliere da ultimo anello della catena (catena!) produttiva. Invece di svolazzare da un prodotto all’altro, inebriato dal finto potere dell’acquirente che alla fine il suo bravo carrello lo riempirà comunque, si porrebbe il problema di passare da un ruolo passivo a uno attivo.

Una faticaccia, a dire il vero.

Una necessità assoluta, che piaccia o non piaccia.

Federico Zamboni
giovedì
mag092013

Il piacere del consumo

consumismidi Andrea Bertaglio GreenMe.

Abbiamo iniziato a capire in molti, nelle società industriali, che il consumismo porta spesso all’insoddisfazione. Perché anche nel momento in cui compro (per assurdo) un’auto all’anno, un televisore nuovo ogni due mesi, un telefonino ogni settimana o scarpe e vestiti ogni giorno, primo non potrò mai utilizzarli tutti appieno, secondo avrò sempre (o sarò portato ad avere, dalla pubblicità o magari dalla patriottica e perenne necessità di rilanciare l’economia) la sensazione che tutto ciò che ho non sia abbastanza.  È vero, per molti l’abbastanza non è mai abbastanza, ma penso che fisicamente non sia solo il nostro pianeta a risentire degli attuali ritmi di produzione e di consumo. È lo stesso essere umano (parlo del mondo Occidentale, ovviamente) a non reggerli.

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mercoledì
apr242013

Julio Garcìa Camarero: la differenza tra consumo e consumismo

Dov'è il confine e qual è la differenza tra consumo e consumismo? A rispondere è il Prof. Julio Garcìa Camarero, ingegnere ambientale diventato punto di riferimento intellettuale per la decrescita in Spagna dopo la pubblicazione di tre saggi sulle alternative economiche al PIL.

consumismo 20130424

di Julio Garcìa Camarero - il Cambiamento

“Nella casa del saggio la ricchezza è schiava, in quella dello stolto padrona”.

Lucio Anneo Seneca

Il neoliberalismo globale ed il marketing ci dicono che il consumismo e la crescita economica sono le uniche fonti di soddisfazione e felicità, insieme al possesso dei beni materiali. Tale condizione si può ottenere, nel migliore dei casi, solo trasformandosi in consumisti eternamente insoddisfatti ed infelici condannati ad un lavoro totalizzante ed alienante, di cui si percepisce solo una millesima parte della ricchezza prodotta e la neppur minima sensazione di creatività, una delle nove necessità basiche dell’uomo e della donna. C’è una netta differenza tra consumismo e consumo, quest’ultimo sano e necessario.

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lunedì
apr222013

Le agenzie fashion a caccia di anoressiche

Si è scoperto di recente che alcune agenzie svedesi per modelle hanno passato al setaccio la più grande clinica per il ricovero di persone affette da disordini alimentari, alla ricerca di nuovi “talenti” da mettere in passerella. Medici e dirigenti dello Stockholms Centrum för Ätstörningar (Centro per i disordini alimentari di Stoccolma) ne sono stati testimoni, e hanno dichiarato che in molti casi numerose pazienti sono state approcciate da “scopritori di talenti”.

«Si tratta di un fatto assolutamente riprovevole», ha dichiarato il primario della clinica Ana-Maria af Sandeberg. «Questi presunti talent-scout se ne stavano fuori dalla clinica abbordando ragazze, in particolare le più magre. Questo atteggiamento lancia un messaggio sbagliato a persone che stanno affrontando un percorso di cura indirizzato a salvare la loro vita». In risposta, la dirigenza medica della clinica ha riorganizzato le tabelle di visita delle pazienti, per evitare che gli agenti di moda avvicinassero le ragazze nel loro tempo libero o durante le passeggiate attorno alla struttura.

La rappresentazione delle iniziative prese da questi sciacalli del fashion data da medici testimoni restituisce un’immagine di questi talent-scout a metà tra il gelido spacciatore e il mellifluo maniaco sessuale, appostati all’esterno di una scuola ad attendere vittime ingenue. «Se ne stavano fuori dall’edificio aspettando che le ragazze uscissero per una passeggiata», ha aggiunto la dottoressa Sandeberg. «Una delle ragazze avvicinate era sulla sedia a rotelle, essendo troppo emaciata per camminare con le proprie gambe». E gli obiettivi preferiti erano le ragazzine tra i 14 e i 15 anni.

Il cambio degli orari e una vigilanza rafforzata sulle pazienti sembra aver risolto il problema. E tuttavia la clinica di Stoccolma non ha reso noto il nome delle agenzie che facevano la posta alle pazienti. Ciononostante, la notizia ha suscitato subito la excusatio non petita di uno dei più grandi operatori svedesi e mondiali nell’ambito della moda, la Elite, il cui direttore si è subito affrettato a definire l’accaduto «disgustoso e non etico», assicurando che agenzie grandi, rinomate e responsabili non potrebbero mai agire in questo modo bieco.

Secondo le ultime statistiche, l’anoressia è la malattia con la più alta incidenza di mortalità tra le patologie psichiatriche. In Italia, sul totale di chi ne soffre, il 40 per cento guarisce in modo definitivo, il 35 si stabilizza in un equilibrio precario, il 20 cronicizza il disturbo e il residuo 5 muore. Percentuali preoccupanti perché non tengono conto di una grande quota di sommerso, ossia le persone malate, in prevalenza donne ma con una quota crescente anche di uomini, che però non riconoscono, agli altri e a se stesse, di essere affette da questo tipo di patologia, e quindi ricorrono alle cure troppo tardi, o non vi ricorrono affatto.

Gli psichiatri concordano che l’emergere dell’anoressia ha cause molto spesso interiori. In linea di massima quelli che ne restano vittime sono persone istruite, con aspettative molto elevate su se stesse. E per le quali un’eventuale sconfitta origina frustrazioni tali da indurle a dirottare il loro dramma sul rifiuto del cibo, per occuparsi di una nuova problematica. Una sorta di esorcizzazione del non raggiungimento dei traguardi prefissati. Ma è sulla definizione di questi traguardi che è opportuno riflettere, anche alla luce delle iniziative ciniche da parte delle agenzie di moda svedesi.

Il fashion e tutto ciò che vi ruota attorno rappresentano la crosta più fatua di un sistema basato sul benessere, sull’opulenza e sull’apparire. Un sistema incardinato sui consumi, e sull’esibizione della ricchezza simboleggiata da simulacri griffati, impone modelli fisici ed estetici al sentire comune, inducendo nuove malattie e nuove cause di morte. L’economia della moda, che nulla ha a che fare con l’eleganza e la bellezza, salvo rarissimi casi, ha l’obiettivo unico, come ogni apparato votato all’utile, il profitto. E per ottenerlo ha necessità di suscitare bisogni inesistenti.

L’effetto indesiderato è anche l’anoressia. Fissare a livello socio-culturale il confine entro il quale si è in, essendo magrissime e in grado di indossare i capi delle mannequin, oppure out, perché sovrappeso o prive della bellezza eterea degli zombie da passerella, taglia fuori un’ampia platea di persone “normali”. Che a fronte di debolezze interiori magari pregresse, possono affamarsi fino alla morte.

Un prezzo accettabile per l’industria della moda, che fa a gara, quanto a cinismo e a mancanza di etica, checché ne dica il direttore dell’agenzia Elite, con quella dei colleghi squali di altri settori economici. Forse anche per questo, alla fine, indigna ma non stupisce che agenzie di moda mandino i propri talent-scout ad abbordare ragazzine in bilico sulla morte, di fronte a una casa di cura per anoressiche.

Davide Stasi



giovedì
feb212013

Anche i saldi fanno flop: consumi a picco. Con una novità

mercoledì
gen092013

Confcommercio: consumi al lumicino, mai così giù nel dopoguerra

"I dati relativi ai primi 11 mesi, -2,9% rispetto all'analogo periodo del 2011, mostrano 'con una certa evidenza come il 2012 si avvii ad essere ricordato come l'anno più difficile per i consumi del secondo dopoguerra"

da Rainews

venerdì
gen042013

Il consumismo? La colpa è della politica in crisi

Politica5

Uno degli spunti più rilevanti offerti dal grande sociologo Zygmunt Bauman riguarda il processo attraverso cui il cittadino moderno sostituisce limpegno politico con il consumo frenetico. Uninteressante chiave di lettura per analizzare due problemi capitali della nostra società."

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mercoledì
gen022013

Saldi: consumatori, spesa in calo 18,8%

 "Federconsumatori-Adusbef, fara' acquisti solo il 36% dei nuclei"

da Ansa

giovedì
dic272012

Prezzi: consumatori, arriva stangata 2013, +1.500 euro

 "Allarme lanciato da Adusbef e Federconsumatori"

da Ansa

giovedì
dic272012

Solo il 40% delle famiglie potrà permettersi i saldi

"'Alla luce dell'ennesimo flop dei saldi - dice il presidente del Codacons, Carlo Rienzi - crediamo sia giunta finalmente l'ora di liberalizzare gli sconti e introdurre giornate di vendite promozionali straordinarie come avviene all'estero'"

da Rainews