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Entries in Decrescita (86)

giovedì
gen192017

Referendum Costituzionale: il significato politico - di Maurizio Pallante

di Maurizio Pallante

Una operazione brutale e spregiudicata 
Rigettata senza appello. Per fortuna

Sommario:

Un verdetto profondo

Un sostegno interessato

La frattura sociale

Democrazia e globalizzazione

Politica e giuridica

Quella governance che non ci serve

Note

 

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mercoledì
lug272016

Agrivillaggi e Transition Town. L'altro modo di vivere

di Sara Santolini

Dalle intuizioni di Rob Hopkins

alle teoria di Serge Latouche

Fino a Maurizio Pallante e alle prove pratiche

Introduzione

L’idea centrale della Decrescita Felice è quella di costruire una nuova società attraverso piccole ma diffuse deviazioni nell’utilizzo delle tecnologie e nel consumo. La proposta ha l’ambizione di trasformare la società attraverso il cambiamento delle scelte, che siano alternative rispetto a una economia giudicata insostenibile e dannosa per il reale benessere. Secondo il prof. Roberto Lombardi(1), «l’alternativa proposta dai sostenitori della decrescita è la dematerializzazione, il cambiamento di preferenze e meta-preferenze. La dematerializzazione è la riduzione in termini assoluti e globali dell’impronta ecologica e dello sfruttamento delle risorse naturali fino a livelli compatibili con le capacità del pianeta e dei suoi limiti».

Nella pratica, sono tantissime le persone che, anche senza saperlo, cominciano a vivere in maniera alternativa, a fare scelte che le allontanano dal mercato, anche solo parzialmente.

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mercoledì
lug012015

Decrescita: Maurizio Pallante e Valerio Lo Monaco ad Alterfestival 2015

Ecco il video della bella serata. È lungo, ma ne vale la pena (soprattutto gli interventi di Maurizio Pallante). Abbiamo parlato di decrescita in modo facile e diretto come non mai.

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venerdì
ott102014

Ritorno alla terra? (Un tentativo di risposta)

Pur mettendoci tutta la buona volontà, è per me abbastanza arduo rispondere al signor Lorenzi; per farlo seriamente, ci vorrebbero sociologi e filosofi, storici ed economisti. La carne da lui messa al fuoco è tanta e richiederebbe padronanze più che specifiche. Posso, però, riprendere postazione a quel tavolaccio rude, lo stesso intorno al quale siedono certi amici di affinità elettiva, e provare a rispondere ricorrendo più che al sapere dei dotti (a quanto pare, la mia memoria dev’essere assenteista o, peggio, ultraselettiva e non permette tale erudizione) a una conoscenza tutta intuitiva.

Personalmente, non credo al mito bello e dannato del ritorno alle origini; per dirla con Nietzsche, «ai greci non si ritorna» perché la storia non si ripete. Trovo vano e anche un po’ vanesio – dettato cioè dalle mode circostanti – un “ritorno alla natura” tout court quasi a volere fare tabula rasa dell’attualità; l’uomo moderno, esattamente come quello antico, non soltanto può, ma altresì deve, vivere il proprio tempo storico, vale a dire il suo presente, senza ripetere meccanicamente ciò che è stato, sentendo anche la necessità di dargli una forma personale e, se è possibile, originale. Questa, a mio avviso, è l’eterna sfida, la partita che si gioca qui e ora.

Fanno male la pervasione della tecnica, il dominio dell’economia e quello della scienza, che si sbarazza della persona per trasformarlo in un mezzo organico su cui sperimentare senza fine. D’altro canto è pur vero che siamo noi, scambiando la parte per il tutto, a prestarci a nostra volta ai vari riduzionismi; siamo noi a lasciarci pervadere dalla triade, la quale, giusto o sbagliato che sia, svolge la sua funzione: il progresso per il progresso, la crescita per la crescita.

Sono tante le cause che ci hanno condotti fin qui, ma a mio avviso la più devastante riguarda – oltre all’abbandono della terra, delle tradizioni, del bello e del bene – l’effettiva perdita dell’uomo. La crisi di oggi, prima ancora di essere economica, ambientale e sociale, è profondamente umana e visceralmente individuale; infatti, ciò che si ha modo di riscontrare, quotidianamente e ovunque, è un endemico sottosviluppo della personalità fin quasi alla sua totale paralisi. 

Se così stanno le cose, il dramma contemporaneo risiede nell’inquietante e innaturale somiglianza tra un uomo e l’altro, tanto che è sempre più raro incontrare chi si faccia ricordare per qualche una sua specifica peculiarità, per suo un modo di ragionare inedito o comunque personale, per una sua indole spiccata, buona o cattiva che sia. Avviene più facilmente l’esatto contrario: il più delle volte, ci si imbatte in qualcuno che richiama alla mente altri cento come lui, i quali vivono come lui e, soprattutto, pensano come lui.

Quello che accade su un piano privato, allora, non è altro che la pena, gravissima, della mancata realizzazione del proprio sé, di pari passo con l’impietoso fallimento di un’intera vita nonostante gli eventuali successi e guadagni. 

Su un piano più esteso come quello metastorico, ciò significa che la nostra società così com’è attualmente – abitata da una schiera di donne e uomini ormai piuttosto assoggettati, informi e amorfi – difficilmente riuscirà a dare un’impronta irripetibile al presente. Passerà senza schierarsi mai davvero e senza lasciare traccia alcuna. Una generazione astorica, questa.

Nel precedente articolo, l’invito non era un ottimistico semplice ritorno alla natura per la natura. Mi parrebbe un’ipocrisia, nonché un’inutile fatica, andare a vivere in campagna e campare biologicamente, mantenendo però comunque quella condotta esistenziale indifferente e indifferenziata, che potrebbe darsi anche nell’ultima delle megalopoli; una condotta, mutuata ancora una volta dalla retorica equa e solidale, che apparentemente va contro la cosiddetta “civilizzazione”, ma in realtà altro non è che un suo risvolto.

Mi sembra superfluo piantare alberi, accudire animali, mangiare in modo rigorosamente sano e battersi strenuamente per la natura, per poi ignorare completamente la nostra, di natura, precipua e irriducibile; per poi mandare i nostri vecchi all’ospizio; per poi accontentarci di una persona qualsiasi al nostro fianco, pur di non restare soli.

Tutto questo allora, se ciò che si fa prescinde inesorabilmente da chi si è, diviene soltanto un modo velleitario e fine a se stesso di stare al mondo. Proprio come auspicano tecnica, scienza ed economia.

Persino nel male, manca l’uomo; lo si capisce dalla sfilza di omicidi che, giorno dopo giorno, si susseguono in Italia e sembrano dovuti a un’emulazione mediatica più che alla vendetta per una folle gelosia, al sangue che ribolle o all’inesorabilità dell’errore tanto fatale quanto umano.

L’invito di una piccola storia come quella di Cosimo è di coltivare nei figli che verranno “il pericolo che salva”, cioè la loro autenticità individuale; nelle ristrettezze e nei divieti, però, perché solo attraverso il fuoco di questi, lo sforzo di crescere diviene impellenza di «divenire ciò che si è». 

Solo così potremo ancora avere una storia che sia nostra.


Fiorenza Licitra
mercoledì
ott012014

Nessuna resa, mai

A suo tempo lo disse benissimo Tolkien, con una frase che aveva la forza di un aforisma e che è diventata, giustamente, assai nota. Replicando a chi lo accusava di essersi rifugiato nel mondo delle fiabe, con la pur splendida saga ambientata nell’immaginaria Terra di mezzo, l’autore del Signore degli Anelli chiarì il concetto alla perfezione: «Poiché siamo costretti tra le sbarre di una prigione la nostra non è la disdicevole fuga del disertore di fronte al nemico, ma la legittima evasione del prigioniero».

Con tutte le differenze del caso, è la stessa contrapposizione che si staglia sullo sfondo di quello che ha scritto Valerio Lo Monaco un paio di settimane fa, in una lunga e coinvolgente riflessione intitolata Quella serenità di 30 anni fa, alla quale va stretto il termine di “articolo”. E con la quale, ancora più di quanto accade di solito a chi si pone al di fuori del conformismo imperante e dei suoi innumerevoli luoghi comuni, si è preso il rischio di essere equivocato. Cosa che poi, a giudicare da più di qualche commento, è puntualmente successa: incapaci di comprendere a fondo la natura del discorso, che andava molto al di là della critica ai vizi del modello liberista e si estendeva/innalzava a una dimensione esistenziale, i savonarola di turno, o di passaggio, hanno perso la bussola. Vittime delle proprie impressioni negative, si sono inalberati di slancio. E a vanvera.

In estrema sintesi, e sorvolando sui toni insultanti che non meritano risposta (semmai un paio di ceffoni, a trovarcisi di persona), l’allucinazione è questa: si scambia il sacrosanto rifiuto di qualsiasi obiettivo, e ambizione, e lusinga, di benessere economico, per una vigliacca rinuncia alla lotta contro le terribili iniquità della società contemporanea. La definitiva presa di distanza dal classico schema lavora-consuma-crepa, che era già sbagliato di suo ma che nel frattempo è addirittura diventato di impervia realizzazione, viene scioccamente e colpevolmente confusa con l’accettazione rassegnata, e quindi passiva, dello stato di cose che ha fatto seguito alla crisi iniziata nel 2007-08.

Nulla di più assurdo, per quanto ci riguarda. Sia sul piano individuale che come redazione del Ribelle, la nostra ostilità nei confronti dell’establishment occidentale è quella di sempre. E non potrebbe essere altrimenti, visto che a determinarla non sono soltanto le crescenti disuguaglianze di reddito tra i cittadini, e le sofferenze imposte a molti milioni di esseri umani causa dall’asservimento di intere nazioni alle brame di profitto e di potere delle oligarchie che dominano sia gli USA che la UE. Al cuore di quella avversione, che è allo stesso tempo istintiva e ragionatissima, c’è il disconoscimento del cardine stesso su cui si impernia il tutto: la concezione del cosiddetto “homo oeconomicus”, che in realtà andrebbe letto, e riscritto, come “automa oeconomicus”.

A partire da questa distanza abissale, che esclude ogni riavvicinamento o compromesso, le reazioni pratiche possono essere le più diverse, ma devono comunque tenere ben presenti le rispettive opportunità di riuscita. Come ha rimarcato giusto ieri Lo Monaco, rispondendo a un lettore/censore capitato qui chissà da dove, e quanto mai disinvolto nel liquidarci alla stregua di schiavi e collaborazionisti (sic), bisogna fare «attenzione alle parole, in modo particolare a quella che è presente nella nostra testata. Questo non è il tempo delle Rivoluzioni, ma della Ribellione, che è cosa diversa. Se hai a cuore il tuo futuro allora ribellati, ma con la sedizione, il sabotaggio, semmai, non nello sperare in una rivoluzione per la quale non ci sono armigeri contro un esercito che ha impiegato secoli per arrivare alla forza attuale».

Una sottolineatura che si amalgama a quanto scritto in chiusura dell’articolo del 17 settembre. E allora quelle conclusioni proviamo a riformularle in maniera meno suggestiva e più analitica, sperando (ma non troppo) di evitare ulteriori fraintendimenti: il primo passo è prendere atto che la crisi in corso sta dimostrando, ancora più di prima, che le promesse di un continuo e generalizzato accrescimento dei redditi e dei consumi sono totalmente infondate; il secondo è trasformare questo crollo delle “certezze” precedenti nell’occasione per ricostruire da zero, laddove non lo si sia già fatto in passato, la propria idea di esistenza, all’insegna di un affrancamento il più ampio possibile da qualunque mira, o miraggio, di ricchezza materiale; il terzo, infine, è provare a ritagliarsi, sia pure all’interno di un contesto che ci è non soltanto estraneo ma nemico, dei percorsi di vita nei quali realizzare le nostre migliori potenzialità. Individuali e relazionali.

La precarizzazione che ci circonda, e che ci avvolge, e che tende a ingabbiarci in una prigionia assillante e senza scampo, rimane una responsabilità imperdonabile di chi l’ha innescata e persino voluta; tuttavia, paradossalmente, può generare un impulso risolutivo ad aprire gli occhi: il venire meno delle esche appetitose cui ci avevano abituato permette ai pesci che non siano completamente ottusi di vedere con maggiore facilità che quelle tentazioni nascondono un amo. O una rete.

Chi è intelligente si tiene alla larga e guizza via.

Chi è intelligente sa che fine fanno, o prima o dopo, i pesci d’allevamento.   

Federico Zamboni
mercoledì
set032014

La ricetta anti-crisi è trovare il coraggio della decrescita

sabato
feb082014

Decrescita Felice: RAZ24 ha parlato con Andrea Bertaglio

Controra un programma di Valerio Lo Monaco dalle 15 alle 17 tutti i giorni su raz24.com
Andrea Bertaglio
fondatore del sito decrescitafelice.itAndrea Bertaglio. Scrive per vari quotidiani, riviste e siti web, occupandosi principalmente di temi ambientali, politici e sociali. Fa parte del Movimento per la Decrescita Felice, dove collabora con Maurizio Pallante alle attività di divulgazione partecipando a seminari, convegni e conferenze in giro per l’Italia. Ha lavorato nel 2007 in Germania presso il “Centre on Sustainable Consumption and Production”, centro nato dalla collaborazione tra il “Wuppertal Institut per il Clima, l’Ambiente e l’Energia” e UNEP, il “Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente”. È recentemente tornato in Italia, dopo alcuni anni vissuti in Germania e Gran Bretagna.
RAZ24.com
Cinque anni, oltre 4mila articoli. Spesso in largo anticipo su quello che è poi successo. Sempre con delle chiavi di lettura che sui media mainstream te le sogni. Parti da una o più parole (Draghi? Troika? Quantitative easing?) e poi affina per anno, autore, ambito, categoria...

Cast: La Voce del Ribelle

Tags: decrescita felice, andrea bertaglio, valerio lo monaco, raz24, radio, interviste and esteri

lunedì
nov182013

La crescita economica e' nemica della vita

Vandana Shiva: il valore della vita si trova fuori dallo sviluppo economico. La crescita illimitata e' la fantasia di economisti, imprese e politici

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martedì
nov052013

COME LA CRESCITA ECONOMICA E' DIVENTATA NEMICA DELLA VITA

DI VANDANA SHIVA
theguardian.com

L'ossessione della crescita ha travolto il nostro interesse per la sostenibilità, la giustizia e la dignità umana. Ma le persone non sono merci da usare e gettare - il valore della vita si trova fuori dallo sviluppo economico

La crescita illimitata è la fantasia di economisti, imprese e politici. La vedono come una misura del progresso. Come risultato, il prodotto interno lordo (PIL), che dovrebbe misurare la ricchezza delle nazioni, è diventato sia il numero più potente che il concetto dominante del nostro tempo. Tuttavia, la crescita economica nasconde la povertà creata attraverso la distruzione della natura, la quale a sua volta porta a comunità incapaci di provvedere a se stesse.

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mercoledì
ott092013

Quanto è abbastanza

Recensione del libro di R. ed E. Skidelsky, "Quanto e' abbastanza. Di quanto denaro abbiamo davvero bisogno per essere felici?" [Pier Luigi Fagan]

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martedì
ott082013

Sprechi e rammendi

venerdì
ott042013

IL PREZZO DA PAGARE PER LA LIBERTA' (DECRESCITA CON MARX)

DI SERGE LATOUCHE
unita.it

Diciamolo in maniera ancora più chiara: il prezzo da pagare per la libertà è la distruzione dell'economico in quanto valore centrale e, di fatto, unico. È un prezzo davvero tanto alto? Per me, certamente no: preferisco infinitamente avere un nuovo amico piuttosto che un'automobile nuova. Preferenza soggettiva, senza dubbio. Ma «oggettivamente»? Lascio volentieri ai filosofi politici il compito di «fondare» lo (pseudo)-consumo in quanto valore supremo.

Uscire dal vicolo cieco della società della crescita, significa trovare le vie che ci consentano di costruire il mondo «altro» della sobrietà volontaria e dell'abbondanza frugale che noi riteniamo possibile; prima però bisogna uscire dai solchi del pensiero «critico», ossia di quelle vecchie idee preconfezionate che costituiscono il valore d'avviamento delle sinistre, di tutte le sinistre.

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martedì
set242013

COSA POSSIAMO IMPARARE DA VAN GOGH SU INSEGNAMENTO ED APPRENDIMENTO ?

DI ROB HOPKINS
transitionnetwork.org

La principale lettura estiva di quest'anno è stata l'ultimo libro di Dan Brown o forse anche l'ultimo lavoro di JK Rowling, che prima non era suo, o poi era suo La mia lettura quest'anno si è concentrata su Vincent Van Gogh. Essendo insegnamento e apprendimento i temi centrali di questo mese, da queste letture mi è rimasto un pensiero: come ha fatto a diventare così bravo? Come ha fatto a diventare uno degli artisti tra i più raffinati e influenti del mondo? Forse aveva seguito un corso di Come-Diventare-Un-Artista-Mondiale alluniversità, poi magari un master e un dottorato, accumulando una montagna di crediti durante tutto il percorso? E se così non è stato, come ha fatto a diventare così bravo? E noi, cosa possiamo imparare dalla sua storia?

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lunedì
set232013

Il tempo e la decrescita

Per inventare la felicità dobbiamo rompere le nostre abitudini, le nostre credenze e quindi le nostre mentalità. [Serge Latouche]

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giovedì
set052013

L'insostenibile leggerezza dell'avere

Teoria ed esperienza della decrescita. Intervista a Valerio Pignatta, autore del libro "L'insostenibile leggerezza dell'avere". [Giovanna Pinca]

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venerdì
lug262013

Il mondo fino a ieri

mercoledì
lug172013

Massimo Fini a Taggia: "Oziare è rivoluzionario"

Massimo Fini a Taggia: "Oziare è rivoluzionario?" (conferenza del 12/06/2013) from La Voce del Ribelle on Vimeo.

 

Massimo Fini. Conferenza organizzata da Laboratorio Cittadino di Taggia: "Oziare è rivoluzionario?". 12 giugno 2013

lunedì
lug152013

Federico Zamboni a Taggia: "La Decrescita non è la recessione" (11/06/2013)

 

 

lunedì
lug082013

Dare vita all’orto urbano

Ina Säumel parla del suo studio sulla presenza dei metalli pesanti negli ortaggi urbani. [Elena Donà]

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giovedì
lug042013

Scalare le marce per aggredire la salita

Decrescita: tra desiderio e azione politica. [di Luca Massacesi e Emmanuel Rouillier]

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