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Entries in Europa (115)

giovedì
giu162016

L'Europa è possibile?

di Luciano Fuschini

La storia, le prospettive, e i rischi da correre

L’idea di Europa che si vuole inculcare nelle menti dei popoli è quella di un’entità politica che realizza i generosi ideali che nell’Ottocento furono di Mazzini e che dal confino di Ventotene, nella persecuzione delle autorità fasciste e nell’incomprensione dei suoi compagni comunisti, Altiero Spinelli rielaborò sognando gli Stati Uniti d’Europa, ideali che animarono anche l’altro padre nobile dell’europeismo, Jean Monnet.

Una breve ricapitolazione delle circostanze storiche e delle tappe che hanno segnato il cammino della pseudo Unità Europea che conosciamo, dimostrerà che anche quel racconto, come tanti altri, è soltanto una mistificazione e un camuffamento della realtà.

Questo sarà il tema della nostra riflessione: un’Europa unita, dopo quella attuale che è ormai indifendibile, è possibile? 

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venerdì
lug312015

Per un'altra Europa. Confederale

La triste vicenda greca ha avuto un solo grande merito, quello di far dileguare quella specie di incanto catatonico che impediva di discutere l’idea di unità europea e di moneta unica.

La durezza dello scontro ha fatto emergere posizioni, definite sovraniste, che negano la possibilità stessa di una federazione europea. 

Queste posizioni appaiono storicamente infondate. Non è vero che non si sia mai data una qualche forma di unità europea e pertanto non è vero che sia impossibile.

 

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martedì
lug282015

A che punto è la realtà? (Riflessioni da mettere in valigia)

È tempo di fare un bilancio generale, e fissare in mente alcuni punti di massima. Aiuta a ripristinare un principio di realtà sulle cose che contano soprattutto in questo periodo in cui si è sommersi, più del solito, dalle varie junk news con i quali i nostri media riempiono le pagine estive tra calciomercato, telefonini craccabili e spiagge blu.

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venerdì
gen022015

Usa Vs Russia? Il punto è il controllo dell'Europa

L’ostilità americana verso la Russia post-sovietica è astiosa quanto quella che fu riservata all’URSS. La cosa può stupire, visto il desiderio dei dirigenti della nuova Russia di essere accolti a pieno titolo nel sistema occidentale.

Il fatto si spiega se consideriamo che l’ideologia è solo un pretesto per coprire le vere motivazioni profonde dei comportamenti nei rapporti politici e fra gli Stati.

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martedì
nov112014

La Catalogna vuole essere indipendente. Cioè libera

Madrid gli aveva negato la ufficialità, ma la Catalogna è andata avanti per conto suo. Per fare una conta interna, e per mandare un messaggio al governo centrale. E il messaggio è stato chiaro: indipendenza.

La storia relativa alla volontà secessionista catalana va avanti ormai da anni. E si è inasprita ulteriormente in seguito alle recenti vicende relative al governo spagnolo prono di fronte alla tecnocrazia europea e alle misure di austerità imposte alla popolazione.

Il referendum sull’indipendenza era stato di fatto bloccato dopo il no del Tribunale Costituzionale, ma i catalani hanno voluto in ogni caso andare avanti ed effettuare l’operazione. Per Madrid, dunque, non c’è stato altro modo di digerire la cosa se non quello di considerare il tutto come un atto simbolico. Ammesso che così sia, e che si debba solo interpretare il “simbolo” che dalla consultazione è scaturito, ebbene il significato è chiaro: la Catalogna non vuole saperne più nulla della Spagna, del suo governo centrale e dei diktat della troika.

Certo, è evidente che, una volta archiviata la consultazione simbolica, adesso per dare un seguito alla cosa si debba andare a lavorare molto più sul concreto. Ed è altrettanto evidente che, nel caso più emblematico e più recente in tema di indipendenza, ovvero quello della Scozia, quando si è andati a votare sul serio su una possibile indipendenza le cose siano andate diversamente da quanto auspicato da chi aveva indetto il referendum. Eppure volontà di questo tipo sono in aumento in tutta Europa. E il “rischio” che qualcuna di queste vada realmente a segno è grande, tanto che, nell’unico caso in cui ciò sarebbe potuto sul serio accadere, come abbiamo visto per la Scozia, sono state messe in campo, come controffensiva, tutte le “armi” di persuasione di cui lo status quo dispone per disinnescare le probabilità di un precedente tanto importante.

Per convincere gli scozzesi a non votare per l’indipendenza, oltre a Cameron, all’epoca si espressero anche i politici degli altri Paesi, e addirittura Obama mandò un messaggio chiaro al popolo scozzese. Come se fosse lecito, come se fosse possibile che in una situazione inversa, un capo di Stato di un Paese europeo potesse mandare un messaggio ai cittadini statunitensi. Come se fosse possibile anche solo immaginare, in tal caso, un Obama accettare una cosa simile.

In Scozia sappiamo come è andata a finire, con una sconfitta sul filo di lana per gli indipendentisti i quali, senza l’artiglieria diplomatica e mediatica contro, senza tutte le ingerenze straniere non richieste, avrebbero di certo avuto ragione della propria volontà.

Il caso odierno, con oltre l’80% dei votanti a favore dell’indipendenza della Catalogna, apre un nuovo fronte. Sul quale Madrid non potrà fare finta di nulla. E neanche il resto d’Europa.

L’indipendenza - in senso lato - è oggi vista con orrore da parte del nostro modello di società, che vuole invece nella dipendenza assoluta di ogni persona, di ogni popolo, il mezzo attraverso il quale controllarlo. Attraverso il quale imporgli i desiderata provenienti da altrove, dalle stanze dei bottoni, per intenderci. Perché un soggetto (una persona, un popolo) che per vivere dipende da qualcosa, è giocoforza un soggetto debole, sotto scacco perenne, senza alcuna possibilità (teorica) di svincolarsi.

Chi dipende dagli altri non è libero, molto semplicemente. E deve subire senza possibilità di sfuggire qualunque decisione presa dal soggetto (o dai soggetti) da cui dipende. 

Chi viceversa nutre spirito indipendente, e lotta per tornare libero, è visto non solo come un evasore contro il quale scattano tutte le misure di sicurezza possibili, ma viene considerato anche un vero e proprio disertore, che è cosa differente. E persino un eversore.

Chi vuole indipendenza, infatti, non solo evade da qualcosa che reputa evidentemente una prigione, non solo diserta da un complesso al quale evidentemente non reputa più di volere far parte, ma di fatto scrive vere e proprie pagine di eversione. Perché è nella natura stessa della nostra società il fatto di non poter essere liberi, di non poter decidere del proprio presente e del proprio futuro, di dover per forza accettare le decisioni che vengono prese altrove - il che, oggi, significa prese da finanza e speculazione - e dunque volersi affrancare da tale situazione viene considerato praticamente un atto di guerra. Contro il quale, infatti, vengono opposte armi di vario tipo: culturali, mediatiche, diplomatiche, politiche, economiche e alla fine, ove serve, anche militari.

Indipendenza, oggi, è un vero e proprio atto di ribellione. Non dipendere da significa potersene infischiare. Significa di fatto togliere qualsiasi potere a chi invece vuole continuarci a sottomettere in quanto dipendenti. Significa alzare il dito medio in faccia al padrone.

Valerio Lo Monaco
martedì
lug012014

Europa: la flessibilità "a parole"

La Commissione europea sarà guidata da Jean Claude Juncker. Un lussemburghese, l'esponente di un Paese che conta numericamente poco nell'Unione se non per il fatto di essere un paradiso fiscale di fatto. Un presidente che è stato imposto dalla Germania di Angela Merkel che si è portata dietro altri 25 Paesi membri. Gli unici a dire no sono stati l'Ungheria di Viktor Orban e la Gran Bretagna di David Cameron.  Il voto ufficiale, da parte dell'Europarlamento, ci sarà il 16 luglio prossimo. 

Il no di Londra era atteso e il primo ministro inglese lo aveva già anticipato subito dopo il risultato delle ultime elezioni europee che avevano azzerato le ambizioni del candidato unico dei socialisti, il presidente uscente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz. E soprattutto quelle dei possibili esponenti dell'area liberal-liberista, tecnocratica e bancaria. Un no motivato con la considerazione di facciata che Juncker non è la persona “giusta” per guidare la Commissione ma che in buona sostanza riflette due diverse visioni dell'economia. Una visione più “finanziaria”, quella di Cameron e della Gran Bretagna, e che ha visto Londra tornare ad essere negli ultimi anni il principale sito borsistico dell'Unione. Ed una visione più legata all'economia reale. Quella della Germania che è stata obbligata ad allentare, sui tempi tecnici del risanamento dei conti pubblici, la sua linea del rigore sull'onda di una crisi economica, che da anni è una recessione, dalla quale non si riesce ad uscire fuori. Una recessione che ha creato milioni di nuovi disoccupati che restano privi di grandi prospettive, a causa delle politiche dell'austerità che, grazie allo smantellamento dello Stato sociale, stanno diffondendo una povertà di massa. 

La maggiore attenzione della Merkel verso l'economia reale, la salute delle imprese e dei cittadini, non significa però un allentamento delle clausole del Patto di Stabilità (che nominalmente è anche di crescita). I Paesi con un alto debito e con un disavanzo ballerino dovranno in ogni caso ridurre il primo e annullare il secondo. L'unica concessione fatta dalla Merkel è quella sui tempi. Se una Nazione come l'Italia farà la brava e dimostrerà di avere avviato le riforme “strutturali”, quelle finalizzate alla crescita, tipo la riforma del mercato del lavoro sempre più precario e flessibile, avrà più tempo a disposizione per rimettersi in carreggiata. 

La flessibilità concessa ai riformatori è stata accolta da Matteo Renzi come una vittoria personale e come l'effetto positivo delle richieste da lui presentate alla Merkel nel corso di un incontro a due, prima dal vertice europeo. La realtà è però leggermente diversa. Certo l'ex sindaco di Firenze aveva condizionato il suo via libera a Juncker al varo di un documento comune nel quale i capi di governo europeo dicessero chiaramente dove vuole andare l'Europa. Verso il rigore o verso la crescita. La Merkel ha dato l'impressione di aver ceduto a Renzi che ha definito “un premier di grande successo”, una considerazione poco impegnativa, ma in realtà non ha fatto altro che ribadire la sua linea del rigore. Maggiore flessibilità? Renzi ha ribadito che anche l'Italia ne usufruirà. Così ha annunciato che dal 1 settembre 2014 partiranno i mille giorni “per cambiare faccia all'Italia”. «Dimostreremo all'Europa e al mondo che facciamo sul serio». Soprattutto, voleva dire Renzi, a quanti ci comprano i titoli di Stato. 

Resta il fatto che la flessibilità concessa all'Italia non rappresenta quella novità che il capo del governo sta millantando. La riduzione del debito che continua a salire - ora è al 135% del Pil - dovrà essere raggiunta in ogni caso. La stessa cosa per l'azzeramento del disavanzo dall'attuale 3%. E fino a questo momento Renzi non ha dato indicazioni sul come intenda riuscirci. E avrà sempre la Merkel, e lo stesso Juncker, con il fucile puntato, a controllare che faccia bene i compiti a casa.

Irene Sabeni 
venerdì
mag092014

Alain de Benoist: "sull'Europa"

Signore e signori, amici cari,

ancora un quarto di secolo fa, l’Europa appariva come la soluzione a tutti i problemi. Oggi viene invece percepita come un problema che va ad aggiungersi agli altri. Per effetto della disillusione piovono critiche da ogni dove, e alla commissione europea si rimprovera di tutto e di più: di moltiplicare i contrasti, d’ingerire in questioni che non le competono, di voler punire chiunque, di paralizzare le istituzioni, di essere organizzata in maniera incomprensibile, di mancare di legittimità democratica, di annientare la sovranità dei popoli e delle nazioni, e di non essere più nient’altro che una macchina per non governare. Nella maggior parte dei paesi, le opinioni positive sull’Unione Europea sono in caduta libera da almeno dieci anni. La proporzione di coloro che, in Francia, ritengono che “l’appartenenza all’Unione sia un male” è perfino salita dal 25 % nel 2004 al 41 % nel 2013. Ancor più di recente, un sondaggio Ipsos rivelava che il 70 % dei francesi desidera “limitare i poteri dell’Europa”.

È un fatto assodato che oggi l’UE attraversi una crisi di legittimità senza precedenti. Ed è un ulteriore fatto che lo spettacolo da essa offerto non abbia nulla di entusiasmante. Ma come siamo arrivati a tutto questo?

La “decostruzione” dell’Europa comincia all’inizio degli anni Novanta, con i dibattiti in merito alla ratificazione del trattato di Maastricht. È a partire da quest’epoca che l’avvenire dell’Europa è apparso altamente problematico e che numerosi europei hanno iniziato a perdere la fiducia. Nel momento in cui la globalizzazione dava origine a ulteriori timori, la gente si è resa conto che “L’Europa non garantiva un miglior poter d’acquisto, un miglior regolamento di scambi commerciali nel mondo, una diminuzione delle delocalizzazioni, un regresso della criminalità, una stabilizzazione di mercati del lavoro o un controllo più efficace dell’immigrazione. Anzi al contrario”.  La costruzione europea è apparsa, dunque, non come un rimedio alla globalizzazione, quanto invece una tappa della globalizzazione stessa.

Fin dagli albori, la costruzione dell’Europa si è sviluppata a discapito del buonsenso, e sono stati commessi quattro errori: 1) Essere partiti dall’economia e dal commercio anziché partire dalla politica e dalla cultura, immaginando che per un effetto di rimbalzo, la cittadinanza economica si sarebbe automaticamente tradotta in quella politica. 2) Aver voluto creare l’Europa a partire dall’alto, anziché dal basso. 3) Aver puntato su un allargamento frettoloso a paesi poco preparati all’ingresso in Europa, preferendolo a un approfondimento delle strutture politiche già esistenti. 4) Non aver mai voluto prendere una decisione chiara in merito alle frontiere dell’Europa e alle finalità della costruzione europea.

Ossessionati dall’economia, i padri fondatori delle Comunità Europee hanno deliberatamente lasciato da parte la cultura. Il loro progetto originario mirava a fondere le nazioni in aree d’azione del tutto nuove in un’ottica funzionalista. Per Jean Monnet e i suoi amici, si trattava di pervenire a un mutuo intrecciarsi di economie nazionali, tale da rendere necessaria l’unione politica nel rivelarsi meno costosa della disunione. Non dimentichiamo d’altronde che il primo nome dell’“Europa” fu quello di “Mercato comune”. Questo iniziale economismo ha finito per favorire la deriva liberale delle istituzioni, oltre alla lettura essenzialmente economica delle politiche pubbliche che sarà effettuata a Bruxelles. Ben lungi dal preparare l’avvento di un’Europa politica, l’ipertrofia dell’economia ha rapidamente portato alla spoliticizzazione, alla consacrazione del potere degli esperti, e in ultima analisi all’applicazione di strategie tecnocratiche. 

Nel 1992 con il trattato di Maastricht si è passati dalla Comunità Europea all’Unione Europea. Questo slittamento semantico è anch’esso rivelatore, essendo naturalmente ciò che è “unito” meno forte di ciò che è “comune”. L’Europa di oggi è, dunque, prima di tutto l’Europa dell’economia e delle logiche di mercato, secondo il punto di vista delle élite liberali che la vorrebbero semplicemente come un vasto supermercato obbediente in maniera esclusiva alla logica del capitale.

Il secondo errore, come ho già detto, è stato quello di voler creare l’Europa a partire dall’alto, ovvero a partire dalle istituzioni di Bruxelles. Nelle intenzioni dei fautori del “federalismo integrale”, una sana logica avrebbe al contrario voluto che si partisse dal basso, dal quartiere e dal vicinato verso il comune, dal comune o dall’agglomerato urbano verso la regione, dalla regione verso la nazione, dalla nazione verso l’Europa. Il che avrebbe permesso in particolar modo l’applicazione rigorosa del principio di sussidiarietà. La sussidiarietà esige che l’autorità superiore intervenga nei soli casi in cui l’autorità inferiore sia incapace di farlo (è il principio di competenza sufficiente). Nell’Europa di Bruxelles, dove una burocrazia centralizzatrice tende a regolamentare ogni cosa attraverso le sue direttive, l’autorità superiore interviene ogni volta si ritiene in grado di farlo, con il risultato che la Commissione decide su tutto in quanto si giudica onnicompetente.

La denuncia di rito, da parte dei sovranisti, dell’Europa di Bruxelles quale “Europa federale” non deve quindi trarre in inganno: per via della sua tendenza ad attribuirsi autoritariamente tutte le competenze si costruisce al contrario su un modello ampiamente giacobino. Ben lungi dall’essere “federale”, è anche giacobina all’estremo, in quanto coniuga autoritarismo punitivo, centralismo e opacità.

Il terzo errore è consistito nell’allargamento sconsiderato dell’Europa, quando invece sarebbe stato necessario privilegiare l’approfondimento delle strutture già esistenti, aprendo al tempo stesso un dibattito politico in tutta Europa per tentare di stabilire una posizione consensuale in merito alle sue finalità. Tutto ciò si è visto in maniera particolare al momento dell’allargamento ai paesi dell’Europa centrale e orientale. La maggior parte di questi paesi hanno chiesto di aderire all’Unione Europea solo per beneficiare della protezione della NATO. Parlavano di Europa, ma non sognavano altro che l’America! Da tutto ciò sono risultate una diluizione e una perdita di efficacia che hanno rapidamente convinto tutto il mondo che un’Europa a venticinque o a trenta era semplicemente ingestibile, opinione ancor più rafforzata da inquietudini culturali, religiose e sociali legate alle prospettive di adesione della Turchia.

Tenuto conto della disparità dei livelli economici, delle condizioni sociali e dei sistemi fiscali, l’allargamento frettoloso dell’Unione Europea ha inoltre scatenato una spinta ricattatoria alle delocalizzazioni a svantaggio dei lavoratori. Ed è infine stato una delle cause principali della crisi dell’euro, a riprova che l’introduzione di una moneta unica, lungi dal favorire la convergenza delle economie nazionali in Europa, ha invece finito per aggravarla al punto da renderla intollerabile. 

La sovranità europea risulta ormai introvabile, mentre le sovranità nazionali non sono più altro che ricordi. In altri termini, sono state decostruite le nazioni senza costruire l’Europa. Un paradosso che si spiega quando si è compreso che l’Unione Europea non ha soltanto voluto mettere l’Europa al posto delle nazioni, ma anche sostituire alla politica l’economia, al governo degli uomini l’amministrazione delle cose. L’Unione Europea ha fatto proprio un liberalismo fondato sul primato dell’economia e della volontà di abolire la politica “spoliticizzando” la gestione governativa, vale a dire creando le condizioni in cui ogni ricorso a una decisione propriamente politica diviene inopportuno, se non impossibile.

A questo orientamento liberale va ad aggiungersi una crisi morale. Ossessionata dall’universalismo di cui è stata per molto tempo vettore, l’Europa ha introiettato un senso di colpa e di negazione di sé che ha finito per plasmare la sua visione del mondo, divenendo inoltre l’unico continente che si vuole “aperto all’apertura” senza considerare ciò che a sua volta potrebbe apportare agli altri.

È un fatto assodato che l’Europa, fin dalle sue origini, si sia industriata a concettualizzare l’universale, e che abbia voluto fare di sé nel bene e nel male una “civiltà dell’universale”. Ma “civiltà dell’universale” e “civiltà universale” non sono sinonimi. Secondo un bell’adagio spesso citato, l’universale, nel miglior senso del termine, è “il locale meno le mura”. Ma l’ideologia imperante ignora la differenza fra “civiltà universale” e “civiltà dell’universale”. Su istanza dei suoi rappresentanti, l’Europa è stata destinata all’ignoranza di sé – e alla “ripugnanza” per tutto ciò di cui è ancora autorizzata a ricordarsi -, mentre la religione dei diritti dell’uomo universalizzava l’idea della Inseità. Inoltre, un umanesimo privo di orizzonti si è posto a giudice della storia, facendo assurgere l’indistinzione quale ideale redentore, e mettendo incessantemente sotto processo l’appartenenza che rende singolari. Come ha affermato Alain Finkielkraut: «ciò significa che, per non escludere più chicchessia, l’Europa deve disfarsi di se stessa, “de-originarsi”, conservare della propria tradizione nient’altro che l’universalità dei diritti dell’uomo […] Noi non siamo nulla, è la condizione preliminare perché non siamo chiusi a niente e a nessuno». «Vacuità sostanziale, tolleranza radicale», ha potuto dire nello stesso spirito il sociologo Ulrich Beck – allorché è al contrario il senso di vuoto a rendere allergici a tutto.

Unici al mondo, i dirigenti europei rifiutano di pensare a se stessi come garanti di una storia, di una cultura, di un destino collettivo. Sotto la loro influenza, l’Europa ripete di continuo che il suo stesso passato non ha niente da dirle. Le banconote euro lo dimostrano alla perfezione: non vi si vede altro che strutture vuote, architetture astratte, mai un paesaggio, mai un volto. L’Europa vuol sfuggire alla storia in generale, e alla sua in particolare. Impedisce a se stessa di affermare ciò che è, e non vuol neanche porsi la questione della propria identità per paura di “discriminare” questo o quel suo componente. Quando essa proclama il proprio attaccamento a dei “valori”, è per sottolineare soprattutto che tali valori non le appartengono in quanto suoi, dal momento che si presume che tutti i popoli abbiano gli stessi. Questo accento posto sui “valori” anziché sugli “interessi”, gli obiettivi, o la volontà di sovranità politica è rivelatore di un’impotenza collettiva. L’Europa non sa assolutamente cosa vuol fare. E del resto non se ne pone neanche la domanda, perché a quel punto dovrebbe riconoscere che non vuole nulla. E perché non vuole nulla? Perché non sa più e non vuol più sapere cos’è.

Le conseguenze sono spaventose. Nell’ambito dell’immigrazione, l’Unione Europea si è dotata di una politica di armonizzazione alquanto generosa per i migranti che ormai nessuno Stato può più modificare. In ambito commerciale e industriale, è stato lo stesso rifiuto di ogni “santuarizzazione” a prevalere. La soppressione di ogni ostacolo al libero scambio si è tradotta nell’arrivo massiccio in Europa di beni e servizi fabbricati a basso costo nei paesi emergenti che praticano il dumping sotto ogni forma (sociale, fiscale, ambientale, ecc.), mentre il sistema produttivo europeo si delocalizza sempre più verso i paesi situati al di fuori dell’Europa, aggravando così la deindustrializzazione, la disoccupazione e i deficit commerciali.

La politica estera è il rovescio della medaglia della sovranità nazionale. Dal momento che l’Unione Europea non costituisce un corpo politico, non può ovviamente avere una politica estera comune, ma tutt’al più un’aggregazione congiunturale di diplomazie nazionali accompagnata da una politica “verso l’estero” derivata dalle competenze “comunitarie”. Che sia a proposito dell’intervento americano in Iraq, della guerra in Libia, in Mali o in Siria, che sia riguardo alla Russia o al Medio Oriente, alla Palestina, al Kosovo o più recentemente alla Crimea, gli europei sono stati sempre incapaci di adottare una posizione comune, accontentandosi di allinearsi in maggioranza sulle posizioni americane. Non percependo interessi comuni, non saprebbero neanche avere una volontà comune o una strategia comune.

E tuttavia, malgrado le delusioni suscitate fin qui dalla costruzione europea, un’Europa politicamente unita resta comunque più che mai necessaria. Perché questo? Prima di tutto per permettere a popoli europei da troppo tempo lacerati da guerre e conflitti o rivalità di ogni sorta di riprendere coscienza della loro comune appartenenza a una stessa area di cultura e civiltà e di assicurarsi un destino comune senza mai più doversi contrapporre. Ma anche per ragioni strettamente legate al momento storico che stiamo vivendo.

All’epoca del sistema di Yalta, quando il mondo era dominato dal duopolio americano-sovietico, l’emergere di una terza potenza europea era già una necessità. Questa necessità si rivela ancor più pressante dall’affondamento del sistema sovietico: in un mondo ormai frantumato, solo un’Europa unita può permettere ai popoli che la compongono di rivestire un ruolo a loro misura nel mondo. Per porre fine al dominio della superpotenza americana, occorre restituire al mondo una dimensione multipolare. Ecco un’altra ragione per fare l’Europa. 

La globalizzazione, generando un mondo senza l’altro da sé, dove lo spazio e il tempo sono virtualmente aboliti, consacra al tempo stesso l’impotenza crescente degli Stati nazione. Nell’epoca della modernità tardiva – o della postmodernità nascente – lo Stato nazione, entrato in crisi negli anni Trenta, diventa ogni giorno più obsoleto, mentre continuano a crescere i fenomeni transnazionali. Non è che lo Stato abbia perduto tutti i suoi poteri, ma non può più far fronte a imprese che oggi si estendono in scala planetaria, a partire da quelle del sistema finanziario. In un universo dominato dall’incertezza e dai rischi globali, nessun paese può sperare di venire a capo da solo dei problemi che lo riguardano. In altri termini, gli Stati nazionali non sono più le entità primarie che permettono di risolvere i problemi nazionali. Troppo grandi per rispondere alle attese quotidiane dei cittadini, sono al tempo stesso troppo piccoli per far fronte alle sfide e agli obblighi planetari. Il momento storico che stiamo vivendo è quello dell’azione locale e dei blocchi continentali.

In un simile contesto, i “sovranisti” appaiono come uomini che sviluppano spesso delle buone critiche, ma che non portano buone soluzioni. Quando denunciano (non senza ragione) il carattere burocratico e tecnocratico delle decisioni prese a Bruxelles, risulta per esempio facile risponder loro che i burocrati e i tecnocrati degli attuali Stati-nazione non sono certo migliori. Quando criticano l’atlantismo dell’Unione Europea, è altrettanto facile far loro osservare che i governi nazionali si orientano esattamente nella stessa direzione. Assistiamo oggi a un vasto movimento di omogeneizzazione planetaria, che tocca tanto la cultura quanto l’economia e la vita sociale, e  l’esistenza degli Stati-nazione non lo ostacola in alcun modo. I vettori di tale omogeneizzazione nazionale si fanno beffe delle frontiere, e sarebbe un grave errore credere che vi si possa far fronte puntandovi contro. La maggior parte delle critiche indirizzate all’Europa sarebbero dunque altrettanto giustificate in scala nazionale.

Altre critiche sono contraddittorie. Così, sono spesso gli stessi a deplorare l’impotenza politica dell’Europa (riguardo a questioni quali la guerra del Golfo, il conflitto nell’ex Iugoslavia, e così via) e che rifiutano categoricamente di concedere deleghe di poteri necessarie all’instaurazione di un autentico governo politico europeo, l’unico in grado di prendere in materia di politica estera le decisioni che s’impongono.

L’argomento della “sovranità” delle nazioni non ha miglior fortuna. Quando diciamo che l’Unione Europea implica delle rinunce alla sovranità nazionale, dimentichiamo che già da molto tempo gli Stati-nazione hanno perduto la loro capacità di decisioni politiche in tutti i campi più rilevanti. Nell’era della globalizzazione, sono detentori di una semplice sovranità nominale. L’impotenza dei governi nazionali di fronte ai movimenti dei capitali, al potere dei mercati finanziari, alla mobilità senza precedenti del capitale, è oggi evidente. Occorre prenderne atto per cercare le maniere d’instaurare una nuova sovranità al livello in cui abbia la concreta possibilità di esercitarsi, vale a dire precisamente a livello europeo. Altro, ulteriore motivo per fare l’Europa.

Una delle ragioni profonde della crisi della costruzione europea è che, a quanto pare, nessuno è in grado di rispondere alla domanda: cos’è l’Europa? Le risposte non mancano certo, ma sono perlopiù convenzionali e nessuna risulta unanime. Orbene, la risposta alla domanda: cos’è l’Europa? condiziona la risposta a un’altra domanda: cosa dev’essere?

Tutti sanno bene, infatti, che non vi è alcuna comune misura fra un’Europa che cerchi di costituirsi come potenza politica autonoma sovrana, con delle frontiere chiaramente definite e delle istituzioni politiche comuni, e un’Europa che non sarebbe altro che un vasto mercato, uno spazio di libero scambio aperto ai “grandi orizzonti”, destinato a dissolversi in uno spazio illimitato, in larga misura spoliticizzato o neutrale, funzionante soltanto attraverso meccanismi di decisione tecnocratici e intergovernativi. L’allargamento frettoloso dell’Europa e l’incertezza esistenziale che pesa oggi sulla costruzione europea hanno fin qui favorito il secondo modello, d’ispirazione “anglosassone” o “atlantica”. Ora, scegliere fra i due modelli significa anche scegliere fra la politica e l’economia, fra la potenza della Terra e la potenza del Mare. Purtroppo, coloro i quali si occupano della costruzione europea non hanno, in generale, la benché minima idea in materia geopolitica. L’antagonismo delle logiche terrestri e marittime sfugge loro completamente.

Il generale de Gaulle, nel 1964, aveva perfettamente definito il problema quando aveva dichiarato: «Secondo noi francesi occorre che l’Europa si faccia per essere europea. Un’Europa europea significa che essa esiste da sé e per sé, ovvero che al centro del mondo abbia la propria politica. Orbene, è proprio questo ciò che taluni respingono, consapevolmente o inconsapevolmente, pur sostenendo di volerne la realizzazione. In fondo, il fatto che l’Europa, non avendo una politica, resterebbe assoggettata a quella dettatale dall’altra sponda dell’Atlantico, pare loro, ancora oggi, normale e soddisfacente”.

L’Europa è un progetto di civiltà o non è niente. A tale titolo, essa implica una certa idea dell’uomo. Questa idea è ai miei occhi quella di una persona autonoma e radicata, respingendo con un sol gesto l’individualismo e il collettivismo, l’etnocentrismo e il liberalismo. L’Europa che desidero con tutto me stesso è dunque quella del federalismo integrale, il solo in grado di realizzare dialetticamente il necessario equilibrio fra autonomia e unione, fra unità e diversità. Su tali basi, è certo che l’Europa dovrebbe avere per ambizione quella di essere a un tempo potenza sovrana in grado di difendere i propri interessi specifici, polo di regolazione della globalizzazione in un mondo multipolare, e progetto originale di cultura e civiltà.

Per il momento, ce ne rendiamo ben conto, la situazione è bloccata. Vogliamo l’Europa della cultura, e abbiamo quella dei tecnocrati. Subiamo gli inconvenienti dell’introduzione di una moneta unica senza raccoglierne i vantaggi. Vediamo le sovranità nazionali scomparire senza l’affermarsi della sovranità europea di cui abbiamo bisogno. Vediamo l’Europa comportarsi da ausiliaria, e non da avversaria della globalizzazione. La vediamo legittimare delle politiche di austerità, la politica del debito e la dipendenza dai mercati finanziari. La vediamo dichiararsi solidale con l’America nella sua nuova guerra fredda con la Russia, e pronta a firmare con gli americani un accordo commerciale transatlantico che ci ridurrebbe alla loro mercé. La vediamo colpita da amnesia, dimentica di se stessa, e pertanto incapace di trarre dal suo passato dei motivi per proiettarsi verso l’avvenire. La vediamo rifiutarsi di trasmettere quanto ha ereditato, la vediamo incapace di formulare un grande progetto collettivo. La vediamo uscire dalla storia, a rischio di divenire oggetto della storia di altri.

Come uscire da questo blocco? È il segreto del futuro. Qua e là vediamo delinearsi delle alternative, tutte meritevoli di essere studiate, pur sapendo che abbiamo i tempi contati. Ho spesso citato queste parole di Nietzsche, secondo cui: «L’Europa si farà solo sull’orlo di una tomba”. Nietzsche, lo sappiamo, si appellava anche ai “buoni europei”. Ebbene, vediamo di essere dei “buoni europei”: lanciamo a nostra volta un appello affinché si manifesti finalmente lo Stato europeo, il dominio europeo, l’Europa autonoma e sovrana che vogliamo forgiare e che ci eviterà la tomba.

Viva l’Europa, amici miei! Vi ringrazio. 

Alain de Benoist

(Simposio Europa-mercato o Europa-potenza del 26 aprile 2014. Traduzione di Marco Zonetti, per concessione di Arianna Editrice)

 

martedì
apr222014

La centralità dell'Europa. Ancora una volta

La globalizzazione, proiettando sulla scena internazionale altri attori, aveva fatto pensare che l’Europa stesse diventando marginale. La crisi ucraina invece dimostra che il nostro continente resta assolutamente decisivo negli equilibri mondiali.

Si presentano due possibili scenari. 

Il primo è quello di un’Europa che resti saldamente agganciata agli USA, non solo attraverso il legame storico garantito dalla NATO e dalla presenza massiccia di basi americane sui nostri territori, ma dipendente dal potente alleato-padrone anche dal punto di vista energetico, rinunciando in tutto o in parte agli approvvigionamenti che vengono dalla Russia. Inoltre è in corso di definizione un trattato di libero commercio fra UE e USA, trattato che ci vincolerebbe ancora più strettamente all’Impero Atlantico.

La realizzazione di questo scenario allontanerebbe lo spettro del declino dagli USA e assicurerebbe anche per questo secolo la supremazia anglo-sassone sul mondo.

Il secondo è quello di un progressivo distacco dagli USA, tentazione che si intravede talvolta nella Germania per i suoi stretti rapporti commerciali con la Russia, per i suoi “distinguo” in occasione di imprese imperialiste come l’aggressione alla Libia e le interferenze in Siria, per l’irritazione con cui la nazione-guida dell’Europa ha reagito al datagate. Un possibile futuro governo del Front National in Francia imprimerebbe una svolta in senso anti-atlantico a tutto il continente. Si delineerebbe così uno slittamento dell’Europa verso la Russia, a sua volta sempre più collegata con la Cina, a configurare la realtà di un Impero euro-asiatico che consegnerebbe l’Impero Atlantico a un’inevitabile parabola discendente.

I due scenari dimostrano che l’Europa, con la sua potenza economica e tecnologica e con le sue centinaia di milioni di forti consumatori, resta il fattore decisivo per le sorti degli equilibri politici mondiali. Se consoliderà i suoi rapporti con gli USA, l’Impero Atlantico marittimo resterà dominante, se si sposterà verso la Russia  sarà l’Impero Continentale a imporsi come nuovo blocco egemone.

Questa è la partita che si gioca in Ucraina. Non è da escludere che si sia fatto scoppiare il bubbone per provocare l’arresto del flusso del gas russo verso l’Europa e di conseguenza troncare sul nascere ogni tentazione di volgere lo sguardo a est.

Se nel braccio di ferro la Russia si mostrerà più determinata, l’egemonia americana sull’Europa e sul mondo si incrinerà in modo forse irrimediabile.

La partita è talmente grossa, la posta in palio è talmente elevata, che i rischi di un altro ’14, dopo quello che nel secolo scorso segnò l’inizio di una tragedia che si sarebbe conclusa solo nel 1945, sono incombenti.

La storia ha assunto un passo di carica. Il ritmo degli eventi brucia le tappe.

Dopo il crollo dell’URSS abbiamo avuto un ventennio di predominio assoluto dell’Impero Atlantico, che ne ha approfittato impadronendosi di gran parte del mondo con l’estensione della NATO ai Paesi che fecero parte del blocco sovietico, con l’aggressione alla Serbia che ha ridotto la penisola balcanica a un protettorato americano, con l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, con lo scempio della Libia, smembrando nazioni e arrogandosi un diritto illimitato a interferire nelle vicende interne degli altri Paesi, creando precedenti che ora si ritorcono contro chi li ha incautamente provocati.

Nei primi anni di questo secondo decennio del nuovo millennio, le cose stanno cambiando altrettanto velocemente. Una Russia che sembrava in ginocchio si sta riprendendo con una rapidità imprevista. Una sua sempre più probabile alleanza anche militare con la Cina permetterebbe di mettere in comune risorse economiche e armamenti di prim’ordine, una popolazione di quasi due miliardi, col vantaggio di poter  manovrare per linee interne in caso di guerra mondiale. 

Non stiamo volando con la fantasia. Stiamo prendendo atto di realtà che stanno nascendo sotto i nostri occhi. Il mondo è davanti a un’altra svolta, e le scelte degli europei ne determineranno il corso.

La contesa per il controllo sull’Europa scatenò le due guerre mondiali del secolo scorso, la stessa contesa potrebbe essere la causa del primo conflitto globale del ventunesimo.

Sarajevo-Danzica-Kiev? Il limitato accordo di Ginevra non esorcizza quegli spettri: troppi accordi sono risultati carta straccia.

Luciano Fuschini
mercoledì
apr022014

Un altro diktat a Renzi. E a tutti noi

lunedì
nov042013

L'Europa secondo Sergio Romano (quasi apprezzabile)

martedì
ott292013

Grecia. Galera per chi contesta l’Ue

Ci sono leggi - contro l’omofobia, il femminicidio, negazionismi vari ed eventuali - per le quali i buoni, bravi e belli, i paladini dei diritti umani, si battono lancia in resta, colorati e lamentosi, indignati e impegnati. Nel frattempo, tra una indignazione e l’altra e in attesa di nuove leggi inutili quanto dannose, nessuno che trovi un minuto per contestare stavolta l’approvazione di una norma che definire agghiacciante non è eccessivo. Da giovedì 24 ottobre, nel Codice Penale della Grecia sarebbe stato inserito l’articolo 458 a sulle “Violazioni alla normativa Ue”. Nel Paese-laboratorio delle politiche monetarie della Troika si sperimenterà ora anche la contestazione del reato di “antieuropeismo”, anche quello che si oppone alla politica estera comune: “Ogni persona che viola intenzionalmente sanzioni o misure restrittive nei confronti di Stati o enti, organismi o persone fisiche o giuridiche con le decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o di regolamenti comunitari è punito con la reclusione per almeno sei mesi”. La norma prevede anche la reclusione fino a due anni per chi agisce contro le strutture europee, protestando o manifestando dissenso o contrarietà verso le sanzioni, i governi, i rappresentanti dell’Unione Europea. Un altro giro di vite, apparentemente indolore visto che il silenzio su questa norma sui media mainstream è assoluto. Un silenzio voluto, che permetterà di valutare nel laboratorio Grecia una norma da applicare in tutte le “democrazie” del Vecchio Continente una volta che le imminenti elezioni europee avranno sancito l’affermazione dei movimenti euroscettici in crescita di consensi in tutta Europa.

giovedì
ott172013

Giornata contro la povertà. In attesa di quella contro l’ipocrisia

Come poter mancare all’appuntamento? Tra quelle nazionali e mondiali abbiamo tutte le giornate impegnate. Tra la lotta nazionale all’obesità e quella contro le sordità, come ogni anno, dal 1993, ci cade tra capo e collo, il 17 ottobre, la Giornata (questa mondiale però eh!?) della lotta alla povertà. L’occasione è buona, per tutta una miriade di associazioni e ong, per spendere tempo e denaro in campagne di sensibilizzazione, che in vent’anni non hanno minimamente influito sull’aumento della miseria. Certo, il “lavoro” oggi è più facile: se qualche anno fa al centro dell’attenzione erano i cosiddetti Paesi del terzo mondo, con la conseguenza di vedersi sbattute in faccia le immagini di faccini neri, mosche e stomaci dilatati buone a farci sentire per un attimo – una giornata era davvero troppo – in colpa quali membri del ricco occidente, ora la globalizzazione della miseria, l’unica ad essersi compiuta alla perfezione, ci permette di non andare troppo lontano. Le recenti denunce della Croce Rossa Internazionale sull’aumento dei nuovi poveri in Europa certificano una realtà che possiamo vedere ogni giorno sotto casa: i pensionati che nel carrello del supermercato mettono oramai solo latte e pane, i sempre più diffusi suicidi di (ex) lavoratori e imprenditori. Se vogliamo dare una dimensione a tutto questo l’Istat rileva che nel 2012, il 15,8% della popolazione italiana era in condizione di povertà relativa, con una disponibilità di 506 euro mensili, il 2% in più del 2011. Il 7,9% (nel 2011 era il 5,2%) era in povertà assoluta. In attesa della Giornata mondiale contro l’ipocrisia prepariamoci a tempi peggiori.

venerdì
ott112013

Croce Rossa. L’Europa nel baratro della crisi

Prima le attività principali erano quelle dei corsi di primo soccorso, della presenza sul territorio per l’aiuto senza fissa dimora. Da cinque anni a questa parte, ha raccontato ieri a Roma Antoni Bruel, Coordinatore Generale della Croce Rossa Spagnola, l’impegno è cambiato. I principali fruitori dell’assistenza sono diventati famiglie, lavoratori e disoccupati. La crisi economica  ha cambiato il panorama  dell’intervento umanitario e non solo in Spagna.

Il Rapporto “Think Differently” – realizzato dalla Zona Europa della Federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (FICR) presentato ieri a Roma fotografa una realtà drammatica in tutta Europa. Descrivendo lo sviluppo di programmi locali delle Società di Croce Rossa nel 2012, il Rapporto racconta del notevole aumento di persone che vivono in povertà e di quelle che chiedono sussidi alimentari e altri tipi di assistenza. Aumentano i cosiddetti  nuovi poveri, persone che, pur lavorando, non riescono ad arrivare alla fine del mese e che devono affrontare il dilemma di comprare da mangiare o pagare le bollette. Di conseguenza la crisi investe anche la condizione dei bambini e la loro salute. La mancanza di cibo può influenzare capacità di apprendimento, per questa ragione la Croce la Rossa in Bulgaria e Spagna sta fornendo cibo per le scuole, da destinare ai bambini che arrivano a lezione la mattina senza aver fatto colazione. Nei 22 paesi della zona Europa (che comprende l’Ue, il Caucaso e l’Asia Centrale) sono oggi 3.5 milioni le persone che ricevono aiuti alimentari dai programmi di assistenza della Croce Rossa e della Mezzaluna Rai, erano 2.5 milioni nel 2009. Un incremento del 75%. In quattro anni.  Tra i Paesi maggiormente in difficoltà, la Spagna, dove sono 1.2 milioni le persone che hanno ricevuto aiuti alimentari nel 2012, più del doppio rispetto al dato del 2009 (514 mila).

In Italia nel 2012 sono stati circa 400.000 i nuclei familiari assistiti dalla CRI in diversi campi: distribuzione di alimenti, fornitura di medicinali, visite specialistiche, supporti sanitari, prodotti per l’infanzia (latte in polvere ad esempio), occhiali, protesi dentarie, materiale scolastico per bambini che frequentano la scuola dell’obbligo, materiale per l’igiene, pagamento delle utenze a chi non può più permetterselo. Oggi i nuovi poveri sono rappresentati da famiglie con bambini che si sono esposte comprando casa, che hanno un mutuo da pagare o che prima sostenevano un mutuo con due stipendi ed ora ne hanno solo uno. In gran parte operai, ma crescono gli impiegati, soprattutto del settore privato. Uomini che spesso, una volta separatisi, hanno difficoltà anche a trovare un tetto perché devono dare priorità al sostentamento della ex moglie e dei figli.

venerdì
ott112013

Il Fronte Nazionale di Marine Le Pen e quello di Jean Marie 

I risultati ottenuti dal Fronte Nazionale alle elezioni nel cantone di Brignolles (Sud della Francia) e gli ultimi sondaggi ufficiali che danno Marine Le Pen in testa alle europee dimostrano che il vento in Occidente sta cambiando. Da una parte c’è la volontà di andare oltre la sterile alternanza tra la destra e la sinistra, dall’altra invece c’è un chiaro contrasto tra la politica ultra-liberale di Bruxelles e le condizioni sociali dei cittadini. Non è un caso infatti che l’ascesa politica del Movimento 5 Stelle in Italia vada nella stessa direzione (pur con gli enormi limiti che sottolineiamo da tempo) nella misura in cui queste strutture politiche si inseriscono all’interno delle crepe di sistema provocate dalle contraddizioni del capitalismo stesso.

Negli ultimi mesi alcuni esponenti del centro-destra italiano hanno guardato a Marine Le Pen come modello di riferimento per ricostruire un nuovo laboratorio politico che sostituisca il Popolo della Libertà. Un avvicinamento impossibile in realtà dal momento che il Fronte Nazionale non ha mai millantato i partiti tradizionali, partecipato ad un governo di maggioranza o goduto del sostegno dell’apparato mediatico-giornalistico, ma soprattutto dal momento che Marine Le Pen non è suo padre Jean Marie. Il Fronte Nazionale non è più quel partito “identitario e anti-comunista” – molto simile al Movimento Sociale Italiano degli anni Settanta e a quei partiti attuali dell’estrema destra nordica che si rifanno ad un certo neoconservatorismo di importazione Usa – che sulle note di un linguaggio nostalgico poneva al centro del dibattito politico-mediatico i temi quali immigrazione e sicurezza.

A seguito della caduta del muro di Berlino e con il rimodellamento del continente europeo (firma del Trattato di Maastricht prima e quello di Lisbona dopo), il Fronte Nazionale ha poco a poco fatto slittare i cardini del suo manifesto politico dalle questioni identitarie (“Vichysmo” e “Algeria francese”) e migratorie (lotta all’immigrazione e alla clandestinità) a quelle economiche (critica alla globalizzazione e sovranità monetaria), sociali (lotta alla povertà e al precariato) e di liberazione nazionale dalle sovrastrutture come Unione Europea e Nato (riappropriazione della sovranità politica e militare) capovolgendo radicalmente il modo di fare politica. La svolta risale al discorso di Parigi del 2010 quando Jean Marie Le Pen, ormai prossimo a lasciare il timone a sua figlia Marine, rivoluzionò i punti programmatici del partito dichiarando guerra al mondialismo, all’eurocrazia e al Libero Mercato.

MLP rimane fedele al discorso di Parigi e rinnova il linguaggio politico del Fronte Nazionale. Elimina la fiamma tricolore – ripresa dal Msi – dal simbolo del partito, e nel discorso del 22 aprile, poco prima delle elezioni presidenziali del 2012, rifiuta i termini “destra” ed “estrema destra”: «la destra ha disertato l’idea di patria, sottomettendola alle leggi del mercato. La sinistra invece l’ha disertata rimpiazzandola con l’internazionalismo. Io sono l’unico candidato che si oppone al sistema, il FN è la patria contro il mondialismo». Marine Le Pen a differenza del padre pone al centro del dibattito il concetto di sovranità nazionale (economica e politica), dialoga con la comunità musulmana su basi nuove, difende gli interessi di operai, agricoltori, allevatori e dei piccoli imprenditori, si oppone alle guerre atlantiste, guarda alla Russia di Putin in vista di un mondo multipolare, attira nel suo campo i marxisti che votavano per il Partito Comunista Francese (oggi stampella della sinistra liberal-democraticata di Hollande).

Il Fronte Nazionale di Marine Le Pen appare dunque trasversale, di avanguardia, di rottura con il sistema bipolare, ma soprattutto mira alla conquista dell’Eliseo, a differenza di Jean Marie che probabilmente non ha mai voluto arrivare al potere.

Sebastiano Caputo 

martedì
ott082013

Sicuri che il problema sia Alba Dorata?

Ex ministro greco condannato per corruzione e riciclaggio

Dopo aver arrestato Nikos Michaloliakos, leader di Alba Dorata con l’accusa di far parte di un’organizzazione criminale (la condanna è avvenuta dopo che il rapper antifascista Pavlos Fyssas è stato ucciso a coltellate da un presunto simpatizzante di AD), la polizia ellenica ha fatto irruzione a casa dell’ex ministro della Difesa Akis Tsohatzopoulos, 73 anni, già in carcere per frode fiscale. L’ex esponente del Partito Socialista è stato condannato dalla Corte d’Appello di Atene per riciclaggio e corruzione. Secondo i giudici Tsohatzopoulos avrebbe ricevuto circa 160 milioni di euro di tangenti per l’acquisto da parte della Grecia di sistemi missilistici russi e di 4 sottomarini tedeschi. Un terremoto giudiziario per un Paese che è ormai allo stremo, strozzato dalle misure del governo e della Troika, mentre la sua economia è già entrata nel quinto anno di recessione con una disoccupazione record pari al 27% (che raggiunge il 50% fra i più giovani), soprattutto a causa dello smantellamento di scuole, uffici pubblici, ospedali. Ogni giorno ci sono mille disoccupati in più. Il Prodotto interno lordo che lo scorso anno è sceso del 6%, è retrocesso ai livelli di dodici anni fa. Chi non ha più un tetto, va a vivere in strada, mentre nelle città aumentano violenze, rapine e furti nelle case. Secondo alcuni studi, i crimini sarebbero addirittura aumentati del tremila per cento in due anni. L’opinione pubblica si scandalizza sul protagonismo di Alba Dorata - che altro non è che il prolungamento della mala gestione della cosa pubblica da parte dei partiti tradizionali greci - quando in realtà ad aver distrutto il Paese sono personalità come Akis Tsohatzopoulos.

S.C

martedì
set172013

Olli Rehn (ci) detta legge

lunedì
lug082013

Agricoltura, cenerentola d’Europa

lunedì
lug012013

Croazia, migliaia in piazza festeggiano l'ingresso in Europa

Un obiettivo raggiunto dopo 10 anni di lunghi e difficili riforme che hanno portato a una radicale democratizzazione e liberalizzazione della società croata

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giovedì
mag302013

Problemi mondiali, soluzioni locali. Non può funzionare

mercoledì
mag292013

Bagnai Borghi e Sapir: manifesto di solidarietà europea per avviare la ricostruzione

Alberto bagnai

Un gruppo di economisti europei di alto livello -  tra cui i nostri Alberto Bagnai, Claudio Borghi e Jacques Sapir (anche lui ormai ben noto ai frequentatori del blog) - hanno firmato un manifesto col quale si intende avviare una soluzione praticabile degli squilibri dell'eurozona, secondo un principio di solidarietà e quindi di condivisione dei costi. Tutti i partecipanti, pur con visioni anche

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